Un processo evolutivo

 




Era poco più di un anno fa che riuscivo a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle per chiudere Lucrezia Borgia a Erto. Un tiro intenso, in forte strapiombo… spettacolare.
Per dire la verità è un po’ corto rispetto alle vie che mi piace fare di solito, ma non abbastanza per considerarlo come un “boulder lungo”; tuttavia in mezzo c’è quel riposo totale che ne spezza la continuità, dividendo la via in due parti.
Mi era costata due giornate e un bel po’ di tentativi per i miei standard, per i quali mi sembra di imbastire su un cantiere anche solo oltre il terzo giro.
I consigli del Dori erano stati preziosi, permettendomi di risparmiare sicuramente qualche tentativo per capire le giuste sequenze.
Come sempre il momento buono è arrivato nel momento più inaspettato, ovvero al quarto giro, dopo averne impiegati mi pare altrettanti per chiudere Duchessa…le braccia non volevano saperne di mollare!
E anche in questa occasione, Erto aveva saputo regalare grandi emozioni!
Iniziando la seconda sezione di Lucrezia Borgia, a Erto

Iniziando la seconda sezione di Lucrezia Borgia, a Erto

In catena su Lucrezia Borgia, a Erto

In catena su Lucrezia Borgia, a Erto

Dopo Lucrezia, l’obiettivo si era spostato su Il Figlio di Lumumba, una via a Igne che fin dal primo momento mi aveva attratto per le sue caratteristiche: fisica, lunga, fondamentalmente di resistenza ma con una sezione più intensa nel primo strapiombo.
L’avevo provata per la prima volta l’anno precedente, arenandomi alle prime difficoltà, ma sapendo che il progetto si sarebbe concluso solamente passando la seconda catena e salendo anche l’ultimo strapiombazzo a buchi di una fisicità pazzesca…con i braccini pieni come uova!
Le cose non sono però andate come sperato e in mezzo ci si è messo pure un incidente che non mi ha lasciato molte possibilità per spingere sulla difficoltà, semmai mi ha fatto fare due passi indietro ma forse è servito per acquisire più consapevolezza.
Fatto sta che passa un anno e finalmente le cose girano bene, finalmente è il momento di tornare a Igne, l’obiettivo uno solo.
Ci sono quei giorni che appena tocchi la roccia percepisci che ne hai più del solito, succede poche volte e sarebbe un peccato non approfittarne. Ne ho la conferma quando dopo essere caduto sul tratto chiave, ritento e passo abbastanza tranquillamente e anche nella parte alta della via non commetto errori, arrivando in catena. È stato come se mi si fosse aperta una porta, ho intuito immediatamente che quello che prima mi sembrava impossibile, sul momento era diventato fattibile e che sarei potuto passare in continuità.
Così al secondo giro mi gioco tutto e con la sequenza stampata in testa, al limite, riesco a passare il tratto chiave. Gestire la ghisa è stata la seconda chiave della salita, per un momento di fretta si rischia di buttare all’aria tutto!
Arrivo al mega allungo finale con le braccia putride ma so perfettamente quello che devo fare, il piede come per magia tiene e vedo l’ultima presa. Prima di arrivarci rilasso la mano sinistra, in modo da massimizzare il tempo della rinviata, poi la stringo, passo la catena e mi mollo urlando di gioia.
Amo questo momento dell’arrampicata, soprattutto a Igne: l’anfiteatro che riecheggia e le montagne dietro che ti guardano. Prima il silenzio e poi di nuovo, al massimo il rumore lieve della pioggia.
Sono consapevole che per molte persone chiudere queste vie è stata una passeggiata e non ha significato un grande risultato, ma per me ha rappresentato una sorta di processo evolutivo, la chiusura di un piccolo cerchio e soprattutto l’apertura di uno più grande.
Per inciso, il caso ha voluto che entrambe le volte alla sicura ci fosse il mitico Niccolò, evidentemente motivatore d’eccezione!
Su Il Figlio di Lumumba, a Igne

Su Il Figlio di Lumumba, a Igne

Su Il Figlio di Lumumba, a Igne

Su Il Figlio di Lumumba, a Igne