Ammaliante e romantico con le sue guglie slanciate, il Castello di Vedorcia si erge un po' nascosto nel Cadin di Toro, non sta in bella vista come le cime di fronte e infatti, addentrandosi nella valle, compare solamente verso la fine. In giro non si trovano molte informazioni a riguardo, ma leggendo sul Visentini si capisce subito che qui si vivranno momenti d'alpinismo d'esplorazione, cosa ormai sempre più rara.
Anni fa mi è capitato di pensare a queste salite come ad un gioco, una sorta di caccia al tesoro, dove il tesoro può essere rappresentato dalla vetta o più spesso da uno scorcio o un passaggio inaspettato che ti apre la prospettiva e ti sorprende.
Sta di fatto che questa volta siamo in macchina che saliamo lungo la strada del Padova e ancora non sappiamo con precisione che cima salire. L'idea iniziale era per la Pala Grande, altra bella croda selvaggia, ma la neve che si vede sotto forcella Cadin ci fa desistere. Per Angela è la prima volta su questi terreni ma la conosco e sento di darle fiducia, così decido per il misterioso Castello di Vedorcia: non ce ne pentiremo!
Partiamo dalla radura del Padova con un bel freddino, il Sole di Novembre è ormai basso e non arriva a scaldare il fondo della valle, soprattutto nel Cadin di Toro, dove tutto è fermo e congelato. Però più su, in alto, le crode risplendono e noi ne siamo attratti...peccato che man mano che saliamo, il Sole giri con noi, spostando il tepore sempre più in là e facendoci restare sempre al freddo! Ma poco male, muovendoci ci scaldiamo.
Abbiamo con noi la relazione del Visentini che, se ben interpretata, suggerisce di seguire l'ampio cengione mugoso da sinistra a destra, fino al primo cambio di direzione. Fin qui di ometti neanche l'ombra e ci si muove su tracce di sentiero, la lopa ghiacciata è insidiosa...è qui che si impara a camminare!
Un primo immugamento rende particolarmente felice Angela che inizia a mostrare qualche segno di disappunto ma ne esce vittoriosa.
Se vogliamo dirla tutta la giornata non è iniziata proprio nel migliore dei modi. A parte aver dimenticato la macchina fotografica per terra ed essermi fatto un po' di dislivello aggiuntivo per andarla a riprendere, più in alto scopriamo che la lattina di birra dentro al mio zaino ha deciso di esplodere. Effettivamente era mezzoretta che sentivo uno strano odore ma ne abbiamo la conferma solamente quando ormai si è spanta tutta. Lo zaino odora di profumata Guinness, come quasi tutto quello che era al suo interno...sacrilegio, birra sprecata così!
Dopo il cengione mugoso, al cambio di direzione, prendiamo una rampa che saliamo inizialmente stando sul fondo del canale (p.II) e poi al centro per un bel muretto di roccia solida (II). Poi proseguiamo su terreno detritico abbastanza delicato fino alla prima insellatura dove si mostra il labirinto del Castello! Ci ritroviamo confusi, dentro ad un dedalo di canali e canalini, racchiusi tra le pareti di mille campanili. In realtà non so neppure quale sia la cima principale ma "a naso" opto per la forcella giusta, salendo il canale di sinistra fino ad una prima sella e poi proseguendo a destra fino ad uno stretto intaglio. Qui si apre la visuale verso il Cadore e le Dolomiti famose...restiamo senza fiato!
Saliamo la parete di sinistra per un bel muretto di II grado (spuntone cordonato per eventuale sosta/calata) e poi per una sorta di ampio spigolo raggiungiamo la forcella tra le due cime. La Principale è a sinistra, batto un chiodo e con un tiro di III siamo sulla solitaria vetta che visto l'orario avanzato, vedrà la nostra presenza per poco. Fatto il pieno di vitamina D, una calata da 30 m giusti (!!!) ci deposita al terrazzino di sosta e poi iniziamo la rocambolesca discesa. Il terreno è delicato e in molti punti non si può sbagliare, però è possibile attrezzare qualche calata su radici di mugo salvifiche, chiaramente sassaiola inevitabile.
Con un'ultima calata Angela raggiunge la base della rampa e poi sono solo risate, cadute sull'erba ghiacciata e qualche lamentela, più che giustificata. Il tramonto sugli Spalti mi strappa un urlo che echeggia per tutto il Cadin di Toro ed inevitabilmente gli occhi diventano lucidi.
Ogni tanto una voce in sottofondo sentenzia che il sentiero in discesa sembra infinito, a me invece il tempo vola, sarà che ci vorrei rimanere per sempre in questi posti. Arrivati alla macchina ci fiondiamo dentro per scaldarci, il sorriso stampato in faccia non ce lo toglie nessuno e anche se in quel momento pensi solo ad una doccia calda e a mangiare, sai già che rifaresti tutto. C'è forse un po' di masochismo in tutto ciò, però una volta che vedi la bellezza, è difficile poi farne a meno.
E comunque abbiamo imparato una cosa: una lattina sotto pressione può esplodere... per fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista) lo zaino dopo averlo messo in lavatrice non sa più di birra.
Castello di Vedorcia con Angela, 15 Novembre 2020.