Il saccone oggi è bello pesante sulle spalle: tutte le volte che succede, sono lì lungo l'avvicinamento che penso se tutto quello che ho dentro mi sia poi così utile, per poi scoprire che effettivamente sì, ogni pezzo ha la sua funzione, pure il friendone viola.
Arrivo all'attacco che il Sole è ancora radente sulla parete, la roccia fresca, il grip perfetto.
Nelle solitarie con la corda, il momento della preparazione del materiale richiede parecchio tempo e almeno personalmente non vedo l'ora di iniziare ad arrampicare, ma tutto deve essere in disposto perfettamente: sosta a prova di bomba, niente corde accavallate, ferri in ordine maniacale, check ripetuto che il sistema funzioni in ogni sua parte.
Come dice qualcuno, il bello delle solitarie è che fai la via tre volte: quando la sali da primo, quando la scendi calandoti lungo il tiro e quando la risali per togliere le protezioni. Alcuni reputano questa sequenza di operazioni qualcosa di macchinoso e poco naturale, io ci vedo un momento introspettivo senza eguali in cui la concentrazione è massima e non esiste nulla al di fuori del momento presente e per un lasso di tempo maggiore rispetto all'arrampicata "convenzionale". Si alterna la danza verticale lungo il tiro, al flusso mentale di idee sul come risolvere la situazione dal punto di vista tecnico, entrando in una realtà parallela.
A proposito di questo aspetto, la Via del Diedro ha una caratteristica saliente, ovvero il quinto tiro è in traverso netto di 15 m verso sinistra, col risultato che il tiro non si può "scendere" normalmente; inoltre smontarlo significa rischiare il pendolo ad ogni protezione, quindi bisogna ingegnarsi un po', ad esempio tirando una corda fissa tra le due soste.